La mia intervista sul blog “Scritturati”: psicologia e narrativa

270221_2139095608066_1566432379_3632219_3336917_nCaro Visitatore,

approfitto di questa intervista che mi ha gentilmente sottoposto il poeta Vincenzo Monfregola per presentarti il blog- Magazine Scritturati.

Durante l’intervista abbiamo presentato il mio romanzo Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità, l’antologia Crisalide (su cui è edito il mio racconto La filosofia dell’ottimismo), e l’omonima trasmissione su Radiovortice.it.

Ma soprattutto, e questo è secondo me il punto di forza delle domande di Vincenzo, abbiamo parlato di Psicologia, cosa è, cosa studia, quanti muri pregiudizievoli deve ancora abbattere.

Ti lascio il link dell’intervista che puoi trovare cliccando qui.

Dai un’occhiata al Magazine: è molto cliccato, ha una bella grafica, parla di libri, narrativa e… chissà che non ti intervisti? 😉

GGB

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Correre rischi aumenta la soddisfazione di sé?

images (11)Caro Visitatore,

a volte capita che qualcuno venga a visitare il blog, e notando la sezione di Psicologia della
Salute ti richieda un’opinione per un’indagine sul rischio.

A partire dalle teorie di William Gurstelle, secondo il quale la propensione di un individuo a correre rischi ha un impatto molto forte sul suo grado di felicità e di soddisfazione personale, ci si sta chiedendo se la propensione al rischio di un individuo possa produrre benessere per lo stesso o quanto meno una percezione di maggiore soddisfazione
di vita.

Mi sono state rivolte dunque tre domande sull’argomento.

Qui trovi cosa ho risposto, naturalmente sempre in un’ottica di promozione della salute.

A mio avviso, anche il rischio e la tendenza a sfidare i propri limiti possono essere positivi per l’uomo, basta avere ben chiara qual’è la giusta misura.

Mi piace condividerlo con te, per conoscere la tua opinione in merito 🙂

Saluti,

GGB

 

Quando la patologia diventa un alibi per non pensare al sociale

201305131545-400-aggrediti_a_picconate_1Caro Visitatore,

oggi voglio condividere con te una riflessione alla luce di quanto ho ascoltato sui media, dopo il massacro avvenuto nei giorni scorsi a Milano, a opera di quel ghanese, Kakobo, che sosteneva di aver sentito voci cattive che lo spingevano a uccidere.

Personalmente sono rimasto allibito dal fatto che i media, e la nostra cultura più in generale,  abbiano agito in modo così riduzionista, relegando la colpa alla sola follia di quell’uomo. Mi sembra un modo per relegare al singolo la colpa, lavandosene le mani, rinunciando così ad agire sul sociale. La stessa difesa ha puntato all’analisi del profilo psicologico come giustificazione della morte di cinque persone.

In sintesi, lo dichiariamo pazzo, diamo una causa riduzionista a quanto è accaduto, piangiamo i morti, e come società ci laviamo la coscienza.

Per decenni, e forse più, abbiamo isolato il malato tra quattro mura, e dopo l’avvento della legge Basaglia, le cose non sono cambiate più di tanto. Ora le barriere non sono più fisiche (o almeno non dovrebbero esserlo) ma mentali: la società ha bisogno di isolare la follia, per giustificare una forma di pazzia più accettabile che viene definita normalità.

Questo è un modo di agire che porta a colpevolizzare il singolo, senza puntare a migliorare il sociale, dove tutti siamo coinvolti, non nella misura della colpa, ma della responsabilità. Responsabilità che è in primis delle istituzioni, ma anche di ciascuno di noi.

Sarà forse un dato importante che quest’uomo da cinque mesi viveva per strada, isolato da tutto e da tutti?

Sarà forse una variabile non trascurabile il fatto che non vedesse da mesi una donna, e vivesse alla stregua di un reietto?

Se ad azione corrisponde reazione, avrà influito anche l’atteggiamento del sociale nei confronti suoi, e di tanti altri sbandati che la società non riesce ad integrare?

Non sono di quelli che dice che tutti abbiamo la colpa di ciò che accade. Ma sono convinto che la società sia un sistema complesso, all’interno del quale se la colpa è del singolo, la società debba comunque interrogarsi per capire dove ha fallito, dove non ha integrato, dove ha lasciato soli e alla stregua della follia sia il Caino che l’Abele.

Negli ultimi 20 anni (ricorda la fazione politica che è stata la governo) c’è stata una tendenza a trascurare il sociale, togliendogli le risorse per produrre il benessere degli individui. Si è patologizzato tutto, puntando all’isolamento dei singoli devianti: sei diverso? Vai evitato. Sei folle? Vai richiuso. Sei immigrato? Vai cacciato. Sei un deviante? Vai recluso… poi esci e delinqui di nuovo, e anche lì non ci chiediamo come mai un sistema carcere che dovrebbe progressivamente farti tornare a essere membro di una società, non funzioni (probabilmente è la stessa premessa dell’isolamento e della non integrazione, a essere errata).

Tua è la colpa di una società che non funziona, tu sei il capro espiatorio per dire che tutto va bene. Se colpevolizzo tu, e i tuoi neuroni non collegati bene, o la tua cultura, anni luce indietro rispetto alla mia. In questo modo giustifico la mia normalità e la sanità del contesto in cui vivo.

Probabilmente, se trovassimo nel sociale le cause di ciò che accade attorno a noi, in quel  sistema a cui tutti apparteniamo, riusciremmo a promuovere realmente salute e legalità, benessere e talenti, e a prevenire stragi che oggi facilmente possiamo spiegarci colpevolizzando il singolo.

Certo, pensare al sociale è più difficoltoso, la nostra mente tende all’economia, allo spiegare tutto e subito, a trovare la soluzione più rapida, evitando riflessioni approfondite e curate.

Che dici? Non sarà il caso di iniziare a farci qualche domanda e ad iniziare a riflettere anche noi sul sistema che ci circonda?

Probabilmente nel sociale troveremmo la risposta per affrontare adeguatamente il problema, evitando di ridursi al facile isolamento del folle di turno, in attesa del prossimo  “pazzo” e dei prossimi morti.

GGB

La filosofia di Daniel: rendi la tua vita straordinaria!

<<Ognuno di noi è straordinario perché anche senza accorgersene può provocare grandi eventi e cambiare la vita di un’altra persona. Abbiamo un potere che non ci rendiamo neanche conto di possedere e ogni scelta che facciamo, anche minima, può condizionare enormemente la nostra vita e quella degli altri senza che possiamo farci veramente nulla.>>
Tratto da Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità

Selvaggia, di Giovanni Garufi BozzaCaro Visitatore,

oggi torno a parlare di Selvaggia, dopo tanto tempo, finalmente. 🙂

Settimane fa, quando ho conosciuto di persona la poetessa Alessandra Prospero, scherzavamo assieme sul fatto che entrambi diffondevamo unicamente i post dedicati ad altri e raramente quelli dedicati ai nostri libri. ^^’

Forse abbiamo capito il vero senso della promozione: è solo dando che si riceve. E’ solo dando voce ad altri, che si ha voce.

Però è anche ora di scrivere qualcosa, ispirata a una particolare recensione tra le varie ricevute in questi mesi. Le ho apprezzate tutte di cuore, ma quella di Cinzia Pizzo (la trovi a questo link), mi ha particolarmente colpito, perché ricorda la filosofia che Daniel cita a Martina: quella del rendere la vita straordinaria.

Ti  allego qui il pezzo di riferimento, con il dialogo tra Daniel e Martina, in cui il ragazzo spiega cosa voglia dire rendere la propria vita straordinaria.

E’ ispirato a una filosofia che mi trasmise un insegnante di arti marziali (per la precisione di kung fu), durante una lezione.

Chiese a tutti gli allievi: come potete rendere la vostra vita straordinaria?

Dopo esserci sbizzarriti in centinaia di ipotesi di straordinarietà, capimmo che la risposta non c’era, o meglio, non c’era una risposta al come renderla straordinaria: lo era già, perché unica.

Noi siamo esseri unici ed irripetibili e non può esistere un altro uguale a noi. Persino i gemelli sono diversi tra loro, seppur somiglianti fisicamente. Ciò ci rende straordinari.

E, dirà Daniel, siamo straordinari anche perché abbiamo un influsso sugli altri, pur solo con uno sguardo, un gesto, un sorriso. Influenziamo l’altro volontariamente e involontariamente.

Siamo in grado di modificare la vita di un’altra persona, senza neanche rendercene conto.

Un bella pompata di autostima, non trovi? 😉

A volte sentiamo i problemi oberarci totalmente, ci sentiamo impotenti di fronte alle situazioni, alle persone e ai contesti. E abbiamo bisogno di appellarci alle nostre risorse per far fronte alle situazioni di vita.270221_2139095608066_1566432379_3632219_3336917_n

La prima risorsa, che definirei basilare, accanto alla capacità di interrogarsi, è il rendersi conto che sappiamo influenzare l’altro e modificargli la vita con un semplice gesto, anche senza rendercene conto.

E costui si modificherà già a partire dalla nostra semplice presenza. Una mia docente della scuola di psicologia della Salute, ama dire che i sistemi, di qualunque tipo siano, si modificano non appena mettiamo piede al loro interno, riorganizzandosi automaticamente per gestire la nostra presenza e raggiungere un nuovo equilibrio.

Semplicemente entrando, inneschiamo un cambiamento, pensa che potere abbiamo!

Daniel citerà vari esempi su come le persone possano influenzarsi a vicenda, anche solo con un respiro, quindi evito di riportare altri esempi, sperando di incuriosirti con la lettura.

In sintesi perciò, attraverso il discorso del protagonista del mio romanzo, ho voluto sottolineare:

– quanto la nostra vita sia straordinaria, perché talmente rara da essere unica e irripetibile.

– quanto questa nostra unicità concorra a renderci capaci di sconvolgere il sistema che ci circonda.

– Quanto le condizioni precedenti possano incrementare la nostra autostima.

Semplice filosofia… o una base psicologica per rivedere in modo positivo le nostre possibilità e capacità, e arrivare a dire che non esiste una situazione in cui siamo del tutto impotenti? 😉

Un abbraccio,

GGB

Il significato de “La filosofia dell’ottimismo”, il mio racconto sull’antologia Crisalide

Crisalide, Raccolta

Caro Visitatore,

oggi riprendo in mano il testo di Crisalide (libro a cui è ispirato il programma radiofonico che conduco), parlando un po’ del racconto che ho scritto su questa antologia o meglio chiarendo la filosofia che ne è alla base, che parte dagli insegnamenti della scuola di specializzazione in Psicologia della salute di Roma, con sede ad Orvieto.

E’ la scuola dove mi sto formando alla psicoterapia. Come vedrai in alto, ho aperto anche una sezione sul blog, intitolata “Psicologia della Salute”, per pubblicare articoli legati a questo approccio, che è centrale in tutta la mia produzione letteraria.

Lo scopo è avvicinare la psicologia alla gente, promuovere il benessere, sfatare il mito dello psicologo “strizzacervelli” e del cliente necessariamente malato. Al momento, devo ancora riempirla di contenuti: work in progress! A breve avrò anche delle novità e dei regali per te, quindi tieniti aggiornato 😉

Cardine centrale dell’insegnamento della scuola di Psicologia della Salute è la promozione del benessere e della stessa salute, l’attivazione delle risorse dell’individuo, atte a migliorare la sua vita. Il miglioramento della società può però passare attraverso una modifica del linguaggio di uso quotidiano, dando un senso migliore, ovvero una coloritura diversa, più ottimistica e positiva, che guardi alle potenzialità e non ai limiti di ciascun concetto.

Faccio alcuni esempi, citati in modo narrativo nel racconto:

1- Partiamo dall’errore, dallo sbaglio. E’ un termine che nel senso comune ha in genere una coloritura negativa: si ha paura di sbagliare, si critica lo sbaglio, si vede l’errore come una carenza propria e dell’altro. E’ proprio così? Ovviamente, NO! Sbagliare è bellissimo, è la principale fonte del cambiamento. Ci dona la percezione di essere umani, di non essere automi privi di volontà, macchine che non osano, che ripetono in modo coatto la stessa azione, senza sbagliare mai.

Bisognerebbe invece errare almeno una volta al giorno per sentirsi veramente vivi, per essere consapevoli che si sta crescendo, che si sta migliorando, che si sta apprendendo dal proprio errore. E con questa concezione forse non avremmo più paura di sbagliare, di osare; elimineremmo la vergogna, la timidezza che ci assale quando qualcuno ci fa notare l’errore o ci muove una critica.

Non cercheremmo mille giustificazioni tra il rossore delle nostre guance, ma semplicemente ringrazieremmo chi ci critica. perché è fonte di apprendimento e dunque di miglioramento personale.

2- Passiamo poi allo sgomento. Tipicamente è quell’emozione che ci paralizza, facendoci rendere conto che non abbiamo le risorse per affrontare una data situazione. E’ dunque anch’esso connotato negativamente.

E se invece quella stessa paralisi fosse un motore del cambiamento? Se il provare sgomento potesse attivare la ricerca di quelle risorse che ci aiutano a gestire la situazione? Anche lo sgomento diverrebbe fonte di apprendimento e sarebbe così connotato positivamente.

3- Ultimo termine (ma ce ne sarebbero molti altri da rivalutare!) è quello di crisi. I media ci descrivono quotidianamente varie tipologie di crisi che l’uomo sta affrontando, non ultima quella economica. Va da sé che la crisi abbia un significato tetro e negativo.

La domanda è: se fosse invece un’opportunità di crescita e di cambiamento?

Una crisi, di qualunque tipo sia (umana, economica, emotiva, familiare ecc.) ci porta inevitabilmente a fare una cernita dei limiti e delle risorse che abbiamo a nostra disposizione per gestire la crisi stessa.

Questa cernita ci permetterà di superare i primi e di incrementare le seconde, accrescendo noi stessi e preparandoci ad ulteriori sfide, che affronteremo con maggior vigore, grazie alle crisi già affrontate e alle risorse già ottenute.

Questa dunque la filosofia alla base del mio racconto, che ha come cardine una totale rivisitazione del linguaggio e dei termini usati dal senso comune.

Il protagonista è uno scrittore, perché agli scrittori e ai linguisti è data la capacità di giocare con le parole, di costruire nuove metafore, di dare un nuovo colore alle parole.

Ed è l’invito che faccio agli scrittori, forse un po’ alla Benigni (di cui ti regalo questo splendido video): giocate con le parole, cambiategli il senso, scopritene di nuove, coloratele di nuovi luci, donategli una gradazione positiva!

Date al lettore delle nuove lenti per vedere il mondo, delle lenti positive. Donategli un mondo in cui le parole hanno un nuovo significato.

Ci sono molti modi per combattere la crisi, uno certamente parte dagli scrittori, specie quando sanno toccare il cuore del lettore, e sanno donargli delle lenti nuove attraverso cui vedere il mondo.

Forse è ottimismo, caro visitatore.

Forse è utopia.

Forse… è possibile 😉

GGB