Quando la patologia diventa un alibi per non pensare al sociale

201305131545-400-aggrediti_a_picconate_1Caro Visitatore,

oggi voglio condividere con te una riflessione alla luce di quanto ho ascoltato sui media, dopo il massacro avvenuto nei giorni scorsi a Milano, a opera di quel ghanese, Kakobo, che sosteneva di aver sentito voci cattive che lo spingevano a uccidere.

Personalmente sono rimasto allibito dal fatto che i media, e la nostra cultura più in generale,  abbiano agito in modo così riduzionista, relegando la colpa alla sola follia di quell’uomo. Mi sembra un modo per relegare al singolo la colpa, lavandosene le mani, rinunciando così ad agire sul sociale. La stessa difesa ha puntato all’analisi del profilo psicologico come giustificazione della morte di cinque persone.

In sintesi, lo dichiariamo pazzo, diamo una causa riduzionista a quanto è accaduto, piangiamo i morti, e come società ci laviamo la coscienza.

Per decenni, e forse più, abbiamo isolato il malato tra quattro mura, e dopo l’avvento della legge Basaglia, le cose non sono cambiate più di tanto. Ora le barriere non sono più fisiche (o almeno non dovrebbero esserlo) ma mentali: la società ha bisogno di isolare la follia, per giustificare una forma di pazzia più accettabile che viene definita normalità.

Questo è un modo di agire che porta a colpevolizzare il singolo, senza puntare a migliorare il sociale, dove tutti siamo coinvolti, non nella misura della colpa, ma della responsabilità. Responsabilità che è in primis delle istituzioni, ma anche di ciascuno di noi.

Sarà forse un dato importante che quest’uomo da cinque mesi viveva per strada, isolato da tutto e da tutti?

Sarà forse una variabile non trascurabile il fatto che non vedesse da mesi una donna, e vivesse alla stregua di un reietto?

Se ad azione corrisponde reazione, avrà influito anche l’atteggiamento del sociale nei confronti suoi, e di tanti altri sbandati che la società non riesce ad integrare?

Non sono di quelli che dice che tutti abbiamo la colpa di ciò che accade. Ma sono convinto che la società sia un sistema complesso, all’interno del quale se la colpa è del singolo, la società debba comunque interrogarsi per capire dove ha fallito, dove non ha integrato, dove ha lasciato soli e alla stregua della follia sia il Caino che l’Abele.

Negli ultimi 20 anni (ricorda la fazione politica che è stata la governo) c’è stata una tendenza a trascurare il sociale, togliendogli le risorse per produrre il benessere degli individui. Si è patologizzato tutto, puntando all’isolamento dei singoli devianti: sei diverso? Vai evitato. Sei folle? Vai richiuso. Sei immigrato? Vai cacciato. Sei un deviante? Vai recluso… poi esci e delinqui di nuovo, e anche lì non ci chiediamo come mai un sistema carcere che dovrebbe progressivamente farti tornare a essere membro di una società, non funzioni (probabilmente è la stessa premessa dell’isolamento e della non integrazione, a essere errata).

Tua è la colpa di una società che non funziona, tu sei il capro espiatorio per dire che tutto va bene. Se colpevolizzo tu, e i tuoi neuroni non collegati bene, o la tua cultura, anni luce indietro rispetto alla mia. In questo modo giustifico la mia normalità e la sanità del contesto in cui vivo.

Probabilmente, se trovassimo nel sociale le cause di ciò che accade attorno a noi, in quel  sistema a cui tutti apparteniamo, riusciremmo a promuovere realmente salute e legalità, benessere e talenti, e a prevenire stragi che oggi facilmente possiamo spiegarci colpevolizzando il singolo.

Certo, pensare al sociale è più difficoltoso, la nostra mente tende all’economia, allo spiegare tutto e subito, a trovare la soluzione più rapida, evitando riflessioni approfondite e curate.

Che dici? Non sarà il caso di iniziare a farci qualche domanda e ad iniziare a riflettere anche noi sul sistema che ci circonda?

Probabilmente nel sociale troveremmo la risposta per affrontare adeguatamente il problema, evitando di ridursi al facile isolamento del folle di turno, in attesa del prossimo  “pazzo” e dei prossimi morti.

GGB

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