La mia recensione a “Dove le strade non hanno nome” di Fabio Monteduro

51Zp0763GWL._Caro Visitatore,

oggi ti presento Dove le strade non hanno nome, un romanzo di Fabio Monteduro, che ho avuto la possibilità di leggere in cartaceo e commentare.  Si tratta di un genere fantascientifico, un campo nuovo per Monteduro che si è sempre cimentato in romanzi horror e thriller. La storia, come sempre, te la lascio scoprire attraverso la sinossi, concentrandomi sui  punti di forza e debolezza del romanzo.

Il primo punto di forza sono le cognizioni da cui è nato questo romanzo.

Ci sono dei misteri, che appartengono al nostro passato o meglio al passato dell’umanità e che risultano attualmente inspiegabili.

Fabio ne cita uno dopo l’altro nel libro, adducendo la sua teoria, quella che guida tutto il romanzo e che un anno fa avremmo potuto comodamente associare alla fatidica data del 21/12/2012.

Monteduro ha richiamato alla mente tutti questi misteri, si è informato su di essi e vi ha costruito attorno una storia di fantasia. Come lettore, potrai scoprire questi fatti inspiegabili grazie all’autore, indagare, qualora ne avessi voglia, e farti una tua idea.

Per quanto mi riguarda erano misteri che non conoscevo e che hanno catturato il mio interesse e le foto abilmente inserite da Monteduro hanno certamente aiutato in tal senso, come pure le sue spiegazioni dialogate, semplici e scorrevoli.

Avrei preferito però che avesse distribuito questi fatti inspiegabili nel corso del testo, senza metterli uno dietro l’altro nei primi capitoli 😉 In questo modo sarei rimasto a bocca aperta più volte e non una sola 😉

La storia è coinvolgente, ma ho avuto la sensazione di una stonatura rispetto a come è scritta. È una sensazione particolare: ho trovato il modo di scrivere di Fabio estremamente rilassante e piacevole. Aprire il libro ha significato lasciarsi accompagnare dalle sue parole. Il lato negativo di questa sensazione è che perde un po’ la suspance del narrato e l’aumento adrenalinico… viene da chiedersi se sia questo lo stile di Monteduro, nonostante sia autore di thriller e horror o se il cambio di genere abbia comportato una modifica del suo scrivere.

Come rispondermi? Ovviamente, prendendo uno dei thriller pubblicati da Fabio e verificare. Anche perché, se mi rilassa un fantascientifico va pure bene, se mi dovesse fare questo effetto un suo thriller… ehm… vabbé, ci siamo capiti 😉

Ti saprò dire non appena leggerò qualche suo altro testo, ma è anche vero che in giro nella rete si parla bene dei suoi romanzi thriller e horror (ho fatto una ricerca per scegliere un altro libro, optando per Jodi).

cop (1)La trama è ben costruita, mi piace molto il cambio dei punti  di vista nella visione della stessa vicenda, vissuta così dagli USA e da più parti dell’Europa da personaggi protagonisti sempre maschili, singoli o accompagnati  da una donna. Ogni personaggio si ritrova di fronte a una scelta: accettare di lasciare il pianeta o di restare e rischiare la morte. In ogni caso il bivio rivela che si è di fronte alla fine del mondo così come lo si è conosciuto.

A fronte di una simile catastrofe, l’uomo ripensa alla sua umanità. Belle le riflessioni sulla filosofia e sul senso della vita, sull’uomo e sulla religione che fa Monteduro, ma non aspettarti la presenza di uno shock emotivo degli stessi personaggi.

C’è una fine del mondo in atto, ma Monteduro fa mantenere i nervi saldi ai suoi personaggi, curando poco le emozioni. Ha scelto la fredda razionalità a fronte del coinvolgimento emotivo, sarà forse per questo che i suoi protagonisti sono tutti maschi? 😉

Personalmente apprezzo molto i romanzi dove la componente emotiva è maggiormente curata. Aiuta a provare simpatia per i personaggi, nella sua accezione più antica: dal greco sun patheia, “patire con”, “provare assieme a”. Quando essa è poco tratteggiata, si crea una dissonanza emotiva tra ciò che il lettore immagina di provare in quella data situazione e quello il sentire dei personaggi.

Nel caso del romanzo di Monteduro: tra il grado di emozione e sconvolgimento provati dai protagonisti e ciò che prova il lettore.

La trama in sé mi è ben congeniata e lineare, tale da rendere il romanzo di piacevole lettura. Ho anche qui solo un paio di appunti. Il primo è che l’arrivo dei monoliti alieni è forse un po’ troppo simile alla celebre scena di Indipendence Day, quanto meno per i luoghi di apparizione scelti e per la contemporaneità dell’apparizione. Naturalmente do atto che è difficile descrivere un invasione aliena, senza ricordare un film così famoso.

Il secondo appunto è che ho trovato più ricca tutta la parte di attesa della data del 21/12/2012 e di introduzione della vita di ogni personaggio che lo svolgimento dell’arrivo degli alieni e della risoluzione della vicenda. Non manca nulla alla comprensione del testo, sia chiaro, ma mi sarebbe piaciuta qualche pagina in meno nel pre-arrivo e qualche pagina in più nel post.

Tant’è che il momento centrale di tutto il romanzo, l’arrivo, avviene quando già si è superata la metà del testo.

Il finale? Esattamente quello che avrei dato io 😉

Nota di lode da sottolineare: la colonna sonora del film, che tra citazioni e richiami accompagna idealmente il lettore. Ovviamente il genere è rock! Il nome stesso del testo è tratto da una canzone degli U2.

Ottima scelta, ho cercato i brani riportati, scoprendo alcuni gruppi che non conoscevo 🙂 Apprendere fa sempre bene 😉

Da ultimo, ho molto apprezzato la comicità in stile americano e lo stile cinematografico che in alcuni tratti del testo Fabio dimostra di possedere: la scena è tutta lì davanti agli occhi, tracciata dalle righe della storia. Il lettore non deve far altro che osservarla. Non sarà Indipendence Day, come ho detto, ma vale davvero la pena leggerlo.

GGB

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La mia recensione a “Il ladro di anime”, di Roberto Paradiso

947003_10200754171930383_2146198830_nCaro Visitatore,

da piccoli e brevi scambi su facebook si conoscono varie persone, che spesso si fermano a lasciarti un mi piace sulla tua fan page. Capita allora di contattarli e di fare qualche scambio di battute, scoprendo che sono degli autori di testi notevoli.

E’ il caso di Roberto Paradiso, che mi ha segnalato il suo racconto Il ladro di anime, disponibile gratuitamente sulla rete. Incuriosito, l’ho scaricato e ho inaugurato con esso la lettura attraverso il kobo (ebbene sì, mi sono modernizzato, pur continuando ad avere una passione per la carta… ma sono anche ecologista, dunque continuo ad approvare gli e-book, pur non vedendoli in competizione con le brossure: aggiungono qualcosa, non tolgono… perdona la piccola chiosa!) 😀

Ebbene, proprio di tecnologia ci parla Il ladro di anime, con un racconto dove i sentimenti si vanno ad incrociare con le possibilità che l’incerto futuro potrebbe riservarci.

Ora, il racconto è gratuito e disponibile sulla rete, non credo ti serva che ti faccia il riassunto di sedici pagine per incuriosirti, vero? Passo dunque subito alle impressioni.

Il modo di scrivere di Roberto mi piace, è fluido e scorrevole e la storia coinvolge non tanto per la trama ma per i sentimenti che trasmette: emozioni umanissime, paura, amore, coraggio, in un contesto di fredde macchine o meglio di una macchina in particolare, capace di diventare quasi umana, deprivando l’uomo della sua parte più intima, l’anima.

Faccio un’altra piccola chiosa, il racconto di Roberto mi ha fatto ripensare all’antica disputa dei filosofi, che si chiedevano dove risiedesse l’anima umana. La concezione cartesiana la poneva nel cervello e nello specifico nell’unica ghiandola che univa due emisferi morfologicamente simili (ma con funzioni diverse): la ghiandola pineale. Il progresso biologico ha dimostrato che l’anima non è lì, dato che gli split half (pazienti “dal cervello diviso”, operati per tumore alla ghiandola) riescono a vivere e ad avere coscienza, senza neanche accorgersi dell’assenza di questa porzione ponte del cervello.

Torno al ladro di anime, segnalando la bellezza di un finale che rappresenta il trionfo dell’amore, che diventa vera e propria essenza, nato da una macchina e dall’unione congiunta di due esseri umani.

Non so quale sia la finalità di questo racconto per Roberto, se sia un elogio dell’amore o l’ipotesi di un futuro possibile. Io ho letto come messaggio un’avvertenza: man mano che il nostro mondo progredirà tecnologicamente, dovremo sempre tenere presente la componente fondamentalmente umana che ci caratterizza.

La tecnologia è bella, apre possibilità eccezionali, allunga la vita, migliora gli agii, ma le macchine sono fredde, non hanno sentimenti propri, possono solo arrivare a somigliarci, e chissà se un giorno arriveranno a farlo per sentimenti, emozioni e sensazioni (mi viene in mente il film The bicentenary man, con Robin Williams). Anche qualora arrivassero a farlo, sarebbero comunque impulsi creati da file, copie della nostra originalità. L’avvertenza è dunque di seguire la tecnologia, senza perdere di vista il nostro intimo e le sensazioni che solo in presenza reale dell’altro possiamo provare.

Le macchine ci aprono alla comunicazione, moltiplicano il dialogo, ma l’amore, l’amicizia, la passione, le possiamo provare solo in presenza viva e vera dell’altro. Le macchine, in fondo, per quanto moderne, non potranno mai arrivare alla specialità costituita dall’uomo 😉

Un grazie a Roberto, per aver condiviso questo toccante racconto con me, e un consiglio a te, Visitatore, per una breve e bellissima lettura.

Buon proseguimento!

GGB