Come nacque Selvaggia: un incontro continuo col doppio.

Dopo aver parlato un po’ del me scrittore, vorrei dedicare i prossimi post al romanzo.

La prima domanda a cui vorrei rispondere (sottolineo il vorrei perché di solito la prima che mi viene fatta è: “ah, hai scritto un libro? Cool! Quante copie hai venduto? “) è : “come è nata l’idea di scrivere un romanzo su una doppia personalità? ”
Bene, sono contento, mi sono auto-sottoposto un’ottima domanda. Vediamo ora di dare una altrettanto ottima risposta. 🙂

Si può dire che Selvaggia nasca in tre momenti diversi, tutti importanti per il costruirsi dello scheletro della storia.

Il primo risale ai miei sedici anni (lontano, eh?). Quando ero un piccolo ragazzino nerd che si divertiva a giocare di ruolo dal vivo. Cosa vuol dire? Che si andava in 50-60 persone, con un età che variava dai 14 ai 40 anni, nella pineta di Castel Fusano, ad Ostia, in armatura e costumi medievali, per interpretare i personaggi e le guerre del mondo fantasy (avete presente orchi, nani, elfi e tutti gli altri personaggi del Signore degli Anelli?).
Vestiti e armati fino ai denti (con riproduzioni fantastiche in lattice o in gomma piuma di lance, asce, spade, frecce ecc.) ci davamo guerra e interpretavamo i nostri personaggi nello svolgimento delle loro missioni.
Durante una tre giorni di gioco, mi capitò di interpretare un nano piuttosto irriverente. Ero travestito di tutto punto, con parruccone folto, barba lunga e rossa, pipa, armatura e armi. In più la mia altezza naturale non cosi sviluppata 😉
Fu la mia interpretazione migliore. Mi comportavo esattamente come un nano: goffo, orgoglioso, ruttone, con una finezza pari a zero! Ubriacone e con la voce rauca. Diventai famoso dentro il gruppo dei giocatori, per tutti ero il nano che faceva sbellicare dalle risate.
Cosa c ‘entra tutto ciò con Selvaggia? Arrivo al punto: quando mi chiedevano di imitare il nano senza che avessi addosso barba e parrucca non riuscivo a farlo.  L’irriverenza spariva, lasciando spazio alla mia leggendaria timidezza, al punto che molti si chiedevano se fossi effettivamente io quel nano sfrontato che girava per la pineta. In breve, la maschera indossata mi permetteva di avere una sicurezza che naturalmente non avevo. E solo con quel batuffolone di peli in faccia riuscivo ad essere chi non ero.
Anni dopo questa esperienza mi servì per immedesimarmi nei panni di una ragazza che con trucco e parrucca si sentiva una persona completamente diversa da sè.

Il secondo momento è descritto all’inizio del libro. Come Daniel, il giorno prima dell’università, mi trovavo davanti al PC. Era il 2004. A differenza sua non vagavo annoiato per i siti  internet ma cercavo una storia da scrivere. Tra i test di ingresso a Psicologia e l’inizio effettivo delle lezioni era passato più di un mese, e avevo avuto tempo di sprigionare la mia creatività, in storie e storielle mai pubblicate. Quel giorno mi misi in testa di scrivere un romanzo; non avevo idea di come l’avrei sviscerato. Sapevo solo che mi sarebbe piaciuto parlare di una ragazza e del doppio.
Per un po’ abbandonai l’idea, preso come ero dalle prime lezioni e dagli esami, da questo forte cambiamento nella mia vita.

La vera storia nacque mesi dopo, quando iniziai a frequentare un locale dark, il Jungle. Vi ricorda qualcosa? 🙂 E’ proprio il luogo dove Daniel e Selvaggia si vedono per la prima volta. Cosa fece scattare in me l’idea?
Anzitutto il contesto. Gli avventori di quel locale, alcuni fissi altri saltuari, passavano il loro sabato sera ricoperti di borchie, di vestiti scuri e trucco pesante. Durante la settimana capitava di incontrarli per strada, molti con il look dark, molti altri con il look classico, completamente diversi da come apparivano con le loro maschere del sabato sera. Ecco ricomparire il doppio.
Una sera mi fissai a guardare una ragazza che ballava da sola nel locale. Era una dark dai capelli neri, con due occhi azzurri e davvero magnetici.
Un giorno vi narrerò meglio quell’incontro. Per ora basti dire che non seppi mai il suo nome né riuscii a parlarle. Cominciai a fantasticare sul suo doppio, su come potesse apparire durante la settimana, senza tutto quel trucco e quelle borchie. Era sempre cosi dark o del tutto diversa? Iniziai a giocare con i suoi , manipolandoli dentro la mente. Me la immaginai allora bionda, classica, del tutto diversa da quella sera. Immaginai di conoscerla e di entrare nel suo mondo. Fu cosi che nacque l’idea di Selvaggia e dei Chiaroscuri di Personalità: da una persona che non ho mai saputo chi fosse.

Ho impiegato sei anni per portare a termine il romanzo. L’ho lasciato e ripreso centinaia di volte ma costante è stata sempre la voglia di portarla a termine. L’ho portato avanti assieme all’università, man mano che aumentavano le mie conoscenze sulla personalità, sull’adolescenza, sul Sé, sulla patologia e via dicendo; mano a mano che incrementavano anche le esperienze di vita inserite poi nel romanzo.
La corsa finale per concluderlo è stata assieme alla tesi di laurea.

Questa è la storia di come nacque l’idea di Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità.
Tanto per invogliarvi a leggerlo, a commentarlo e a condividerlo 🙂

GGB

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